sabato, 19 dicembre 2009
Approda questa sera sul palcoscenico del teatro alle Vigne di Lodi lo spettacolo Rockabeckett. Rapide lente amnesie tre, ideato e girato dal critico cinematografico e nostro collaboratore Fabio Francione e già presentato in anteprima a Milano alcune settimane fa. In occasione dell’evento, pubblichiamo una nota del regista.

«Oggi e domani al teatro Dehon di Bologna, si consumeranno gli ultimi due appuntamenti con il terzo “atto” di RockaBeckett rapide e lente amnesie tre, ricerca condotta da tre anni sull’opera del grande scrittore e drammaturgo irlandese. All’inizio ci fu ed era il 2006, da celebrare il centenario della nascita di Samuel Beckett: una riuscita retrospettiva a Milano, con una panoramica video che era a pensarci ora un quasi ed invidiabile “tuttobeckett” mai fatto prima di allora e irripetibile anche nei tentativi fatti in sede più prestigiose come il Centro Reina di Madrid o a Parigi, dalla “real estate” beckettiana. Me ne accorgo solo come detto ora di quell’impresa straordinario; ci fu anche la possibilità di filmare nella videosigla “tutti i ritratti” di Tullio Pericoli dedicati all’autore di “Godot”. Il titolo era Dì Sam verso eponimo del leggendario teleplay Dì Joe. Non dimentico però che in anni universitari, tra il 1986 e il 1990, redassi un’ipotesi, ritrovata in un foglietto, di remake di “Film”, l’unica escursione cinematografica di Beckett con un estemporaneo Buster Keaton al tramonto della sua discontinua, incredibile e infelice carriera. Dunque la fascinazione per Beckett arriva da lontano. Ah, ancora su “Film”: il vero remake, a colori e del ‘77 con Zero Mostel, comico americano della generazione pre-Mel Brooks e Wody Allen, lo trovai in un archivio milanese. Colpi di fortuna. Come furono curiose coincidenze che mi portarono ad organizzare in diverse occasioni retrospettive sull’attività pre-Montalbano di Andrea Camilleri e del regista di teatro e tv Carlo Battistoni, collaboratore storico di Giorgio Strehler, tra gli inventori del “teatro televisivo”. Del primo si sa quasi tutto tranne che è un beckettiano della prima ora, avendo messo in scena primo in Italia Finale di partita sul finire degli anni ‘50 (girò anche a metà degli anni settanta per la rai una versione con Celi e Rascel); di Battistoni invece mi è restata l’amicizia della moglie Giulia Lazzarini, una delle migliori attrici italiane degli ultimi quarant’anni, indimenticabile Ariel nella “Tempesta” allestita da Strehler e Winnie in “Giorni felici” proprio di Beckett sempre per la regia del fondatore del Piccolo Teatro e qui voce registrata della versione teatrale di “Di Joe”. Ciò giustifica la presenza di due giganti nel quadrilatero drammaturgico che compone RockaBeckett, invero: due pezzi, un prologo (Camilleri ripreso nella sua casa romana proprio nell’orazione di Hamm da “Finale di partita”) e un anti-prologo. Quest’ultimo “parlato” da Gabriele Frasca, poeta e traduttore finissimo di Beckett sull’estremo prodotto linguistico “Qual è la parola”.In ultimo, ho lasciato Luciano Pagetti, per il sottoscritto il più versatile attore lodigiano di questo tempo, essendo stato capace di passare dal proprio registro comico (con la sua e storica Compagnia del Pioppo porta in giro Goldoni e vari vaudeville, ma s’appresta ad affrontare Pirandello, il Pirandello della Giara) a quello assolutamente inedito e quasi astratto di Beckett. Avrei voluto dire “assurdo”, ma mi astengo. Perché lo sforzo di Pagetti, nella fissità muta di “Di Joe” e nell’immobilità fisica ma non verbale di “Un pezzo di monologo”(che chiude RockaBeckett) non ha nulla da invidiare agli interpreti storici delle piéce maggiori del drammaturgo irlandese. Anzi, ci si trova davanti forse a un insolito “beckett’n’roll” temporalmente spostato in una contemporaneità non ancora interpretabile». Fabio Francione

Le lente amnesie di un Beckett “rock”: sbarca a Lodi lo spettacolo di Francione. Il Cittadino, 19 dicembre 2009




 
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giovedì, 10 dicembre 2009
Testori e l’Interrogatorio a Maria La parola diventa una preghiera

Sei appuntamenti con un teatro che mette al centro la parola: questo è il filo che lega le sei letture sceniche proposte dalla Provincia di Lodi insieme a Regione e Agis, con il titolo “Oltre il palcoscenico. Teatro a leggio”. La rassegna si è aperta martedì sera nella Sala dei comuni del palazzo della Provincia con l’Interrogatorio a Maria di Giovanni Testori affidato alla lettura di Debora Virello che dava voce alla Vergine; attorno a lei, gli attori del “Pioppo” di Luciano Pagetti a interpretare il coro. Fabio Francione ha coordinato il lavoro degli attori, imponendo una versione scenica severa e rispettosa del carattere quasi liturgico del dramma testoriano, una sorta di lauda dialogata, a metà fra teatro e poesia religiosa, fra linguaggio drammatico e lirico. Il testo costituisce il secondo atto di una trilogia composta anche da Conversazione con la morte e da Factum est, con la quale l’autore inaugurò (era il 1979) una nuova stagione del suo percorso artistico, con la testimonianza sofferta della sua fede ritrovata. Dopo le esperienze provocatorie dell’Arialda e dei testi della prima trilogia (Ambleto, Macbetto, Edipus), Testori non rinuncia alla tensione verbale, ma semplicemente la trasforma nella forma più alta della parola: la preghiera. L’Interrogatorio, infatti, è una lunga preghiera contemporanea, che da quella antica desume i ritmi, la struttura, lo sguardo verso l’Altro, toccando i temi cruciali della vita e della morte, e riesce a umanizzare l’incontro di Maria con il suo Dio, restituendo un’esperienza mistica e concretissima, lacerante e ricca di tensione drammatica. Come spiegava Emanuele Banterle, che di quello spettacolo fu il primo regista, «abbiamo scoperto che il teatro di Testori costringeva a non aver più come luogo dell’azione drammatica la scena, ma l’uomo stesso: l’azione si costruiva sulla persona dell’attore». Sulla scena, di assoluta semplicità, Maria al centro accetta di farsi interrogare sul mistero della storia che l’aveva avuta protagonista dal coro posto ai suoi lati. Gli interrogativi riguardano la sua esperienza di rapporto con Dio e con suo Figlio, e poi, in definitiva, si concentrano sul fondamento stesso dell’essere dell’uomo, sul senso profondo della sua identità: «Il senso dell’essere voluto, dell’essere deciso, ecco, questo ti chiedo, questo ti chiediamo». Nessun costume, se non i vestiti dimessi di ogni giorno, e, come voleva Testori (che portò il testo in chiese, piazze, fabbriche), il superamento della dialettica tra palcoscenico e spettatori: la parola, veicolo dell’evento drammatico, è ambientata in un luogo non teatrale, che la spoglia e al tempo stesso la rende più efficace. Gli attori della compagnia “Il Pioppo” (accanto a Luciano Pagetti, Giovanni Amoriello, Chiara Barbareschi, David Bosoni, Maddalena Camera, Aldo Ecobi, Giulia Fornetti, Riccardo Fraschini, Alessia Ratti, Gianni Ravazzani, Tommaso Veronesi) hanno dato vita a un “coro” ben armonizzato con lo spirito del testo, fornendo all’intensa lettura di Debora Virello un controcanto rigoroso, emozionante, ma di estrema sobrietà. A. D.

Il Cittadino, 10 dicembre 2009

 
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domenica, 06 dicembre 2009
Domenica 29 novembre a Buenos Aires nell'ambito della 2^ edizione del  Festival Mi-Cine: Cine Italiano De Milan,  verrà proiettato il film di Fabio Francione “Poema a fumetti. Il segreto di Via Saterna”, tratto dall'omonimo romanzo a fumetti di Dino Buzzati. Di seguito pubblichiamo una nota del regista e critico lodigiano:

Sono passati due anni da quando e per una serie di fortunate coincidenze mi trovai a lavorare sulle carte di Dino Buzzati. Era il settembre del 2006, mi apprestavo per conto del Comune di Milano ad affrontare la rassegna – monstre centenaria dedicata a Samuel Beckett, quando, grazie ad una delle intuizioni di Vittorio Sgarbi, allora Assessore alla cultura del Capoluogo lombardo, si decise di celebrare tutti i centenari milanesi di quell'anno. In mezzo, c'era anche Buzzati, nato per l'appunto nel 1906 e ancora un'altra coincidenza morto nel 1972. Dunque, oltre i cento anni della nascita si ricordavano a stretto giro di settimane anche i 35 anni della scomparsa. Insomma, la commissione riguardava tutta una serie di “eventi laterali” che accompagnassero la mostra alla Rotonda della Besana. Inventai, italianizzando la traduzione francese di Camus di “Un caso clinico” in “Un caso interessante. 100Buzzati100”, una rassegna cinematografico che esplorasse non solo i “romanzi cinematografici” dello scrittore bellunese (li recuperai tutti da “Il segreto del Bosco vecchio” di Olmi al celebre “Deserto dei tartari” di Zurlini – da adolescente quando lo vidi, ahimè quanto non capivo, lo classificai tra le mie “bestie nere” - passando per “Un amore” di Vernuccio e il sottovalutato “Barnabò delle montagne” di Brenta), ma che venisse allestito un vero e proprio “tuttobuzzati” per immagini televisive e cinematografiche. Ciò fece uscire dagli archivi due splendidi mediometraggi animati di Renato Mazzoli (Poema a Fumetti e I miracoli di Val Morel) girati con la collaborazione degli attori del Teatro Stabile di Genova. Allora, spinto anche dagli amici di Milano Cinema che producevano l'iniziativa decisi di girare il remake – stavolta in digitale – del “Poema a fumetti (un paio di mesi prima Tullio Pericoli mi aveva “prestato” i suoi ritratti beckettiani per la videosigla di Rockabeckett e l'esperimento era andato a buon fine) avvalendomi dell'attore emiliano Mario Mascitelli per l'interpretazione di tutti i personaggi. Il risultato andò al di là d'ogni più rosea intenzione, anzi oggi si direbbe che è stato girato un “non film” perchè in “Poema a fumetti” vi è tutto: teatro, radio, musica, pittura e tecniche cinematografiche digitali. Che vanno aldilà della pura definizione di cinema. Quasi un esperimento zavattiano che proprio a Buenos Aires e pensando a Borges e al fantastico di quella terra racchiude al proprio interno una immaginifica e pop biblioteca mediatica che ancora oggi non finisce di stupirmi.

Il Cittadino, 28 novembre 2009
 
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venerdì, 23 ottobre 2009
Domenica 25 ottobre 2009, ore 21, Spazio Mil, Via Granelli 1, Milano

Lodi Città Film Festival
ROCKABECKETT
rapide e lente amnesie tre
due “pezzi”, un prologo e un anti-prologo di Samuel Beckett
con Luciano Pagetti, le voci di Giulia Lazzarini e Gabriele Frasca e la partecipazione in video di Andrea Camilleri. Regia, scene e luci Fabio Francione; consulente letterario Federico Platania (www.samuelbeckett.it); meccanico del suono e registrazioni Enrico Balconi; riprese video Gabriele e Piero Spila; tecnico luci Peter Bassi
 
RockaBeckett è un’inquadratura fissa sul mondo delle "penultime cose" di Samuel Beckett, oggetto di incessanti riflessioni da parte del drammaturgo irlandese fino all’estremo scritto poetico Qual è la parola (qui parlato da Gabriele Frasca, poeta e traduttore); la presenza poi di Andrea Camilleri e di Giulia Lazzarini, oltre all'originalità della produzione consentono di non dimenticare la grande tradizione del teatro beckettiano realizzato in Italia. Camilleri fu il primo a mettere in scena Finale di partita (a lui il compito d’aprire con l’orazione di Hamm “Uno! Silenzio!”), mentre tutti ricordano i Giorni Felici strehleriani con la Lazzarini superba Winnie. Luciano Pagetti per il volto e il fisico ricorda Klaus Herm protagonista di Eh Joe! con Billie Whitelaw sul finire degli anni ottanta (la Lazzarini racconta di aver visto proprio a Londra una versione teatrale dell'opera). La regia seguirà scrupolosamente e con rigore le indicazioni dei testi; anche Dì Joe avrà la stessa scansione temporale della pièce televisiva con le luci a disegnare il movimento in avanti della telecamera come fosse un obiettivo dal vivo e non registrato. (note di regia) Fabio Francione
 
Durata: 65’
 
Prologo
 
“Uno! Silenzio!” da Finale di partita di Samuel Beckett
traduzione Carlo Fruttero
 
L’orazione di Hamm, estrapolata da “Finale di partita”, è recitata appositamente per RockaBeckett da Andrea Camilleri, nella traduzione classica di Carlo Fruttero, che gli servì per la prima messa scena italiana della pièce nel 1958. la ripresa video è stata realizzata nella casa dello scrittore siciliano agli inizi del mese di ottobre 2009.
 
Pezzo I
 
Dì Joe di Samuel Beckett
traduzione Carlo Fruttero
 
Joe Luciano Pagetti
Voce Giulia Lazzarini
 
Pièce nata per la televisione nel 1966 e nel corso degli anni, fino al 1989, ripresa dal suo autore “Di Joe”, tenendo a mente le scrupolose indicazioni di Beckett trova qui la sua dimensione teatrale fatta di ombre, luci, presenze e assenza. La presenza si afferma con l’immobilità muta di Joe, l’attore Luciano Pagetti che per intensità di sguardi e fissità di gesti ricorda la performance del grande attore beckettiano Klaus Herm (Joe fu interpretato anche Jack McGowran e Deryk Mendel). La voce registrata, coscienza contraddittoria di Joe, è interpretata da Giulai Lazzarini, una delle più grandi attrici italiane, già indimenticabile protagonista della Winnie strehleriana di “Giorni felici” che qui si confronta con altre fantastiche attrici come Billie Whitelaw, Nancy Illig e Sian Phillips. A distanza di molti anni, la Lazzarini, dunque, torna ad interpretare un personaggio di Samuel Beckett.
 
Anti-prologo
 
Qual è la parola di Samuel Beckett
traduzione Gabriele Frasca
 
voce registrata Gabriele Frasca
 
Il poeta e traduttore Gabriele Frasca interpreta “Qual è la parola”, ultima poesia scritta da Samuel Beckett tenendo a mente tutti gli “amori” del drammaturgo iralandese: dallo slapstick verbale all’afasia linguistica. La performance è stata registrata nel 2006.
 
Pezzo II
 
Un pezzo di monologo di Samuel Beckett
traduzione Carlo Fruttero e Franco Lucentini
 
Parlatore Luciano Pagetti
Summa teorica del mondo delle cosiddette penultime cose di Samuel Beckett, “Un pezzo di monologue fu scritto su commissione e per l’attore David Warrilow che diede saggio di tutta la sua capacità interpretativa in un “pezzo” di inusitata difficoltà. La luce. Anzi, le luci. Due. Una diffusa ma debolissima illumina un uomo in camicia da notte. Tutto bianco: la sua veste da camera, i capelli, i calzini. Bianco anche il piede del letto che si intravede nella penombra. La seconda luce è quella della lampada a stelo, globo bianco delle dimensioni di un teschio. Entrambe sono accese fin dall'inizio, ma si spegneranno in modo differito alla fine. Indica Beckett nelle note di regia: "Trenta secondi prima della fine del parlato, la lampada comincia a spegnersi. Lampada spenta. Silenzio. Parlatore, globo, piede del letto appena visibili nella luce diffusa. Dieci secondi. Sipario".

Programma di sala

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