Approda questa sera sul palcoscenico del teatro alle Vigne di Lodi lo spettacolo Rockabeckett. Rapide lente amnesie tre, ideato e girato dal critico cinematografico e nostro collaboratore Fabio Francione e già presentato in anteprima a Milano alcune settimane fa. In occasione dell’evento, pubblichiamo una nota del regista.
«Oggi e do
mani al teatro Dehon di Bologna, si consumeranno gli ultimi due appuntamenti con il terzo “atto” di RockaBeckett rapide e lente amnesie tre, ricerca condotta da tre anni sull’opera del grande scrittore e drammaturgo irlandese. All’inizio ci fu ed era il 2006, da celebrare il centenario della nascita di Samuel Beckett: una riuscita retrospettiva a Milano, con una panoramica video che era a pensarci ora un quasi ed invidiabile “tuttobeckett” mai fatto prima di allora e irripetibile anche nei tentativi fatti in sede più prestigiose come il Centro Reina di Madrid o a Parigi, dalla “real estate” beckettiana. Me ne accorgo solo come detto ora di quell’impresa straordinario; ci fu anche la possibilità di filmare nella videosigla “tutti i ritratti” di Tullio Pericoli dedicati all’autore di “Godot”. Il titolo era Dì Sam verso eponimo del leggendario teleplay Dì Joe. Non dimentico però che in anni universitari, tra il 1986 e il 1990, redassi un’ipotesi, ritrovata in un foglietto, di remake di “Film”, l’unica escursione cinematografica di Beckett con un estemporaneo Buster Keaton al tramonto della sua discontinua, incredibile e infelice carriera. Dunque la fascinazione per Beckett arriva da lontano. Ah, ancora su “Film”: il vero remake, a colori e del ‘77 con Zero Mostel, comico americano della generazione pre-Mel Brooks e Wody Allen, lo trovai in un archivio milanese. Colpi di fortuna. Come furono curiose coincidenze che mi portarono ad organizzare in diverse occasioni retrospettive sull’attività pre-Montalbano di Andrea Camilleri e del regista di teatro e tv Carlo Battistoni, collaboratore storico di Giorgio Strehler, tra gli inventori del “teatro televisivo”. Del primo si sa quasi tutto tranne che è un beckettiano della prima ora, avendo messo in scena primo in Italia Finale di partita sul finire degli anni ‘50 (girò anche a metà degli anni settanta per la rai una versione con Celi e Rascel); di Battistoni invece mi è restata l’amicizia della moglie Giulia Lazzarini, una delle migliori attrici italiane degli ultimi quarant’anni, indimenticabile Ariel nella “Tempesta” allestita da Strehler e Winnie in “Giorni felici” proprio di Beckett sempre per la regia del fondatore del Piccolo Teatro e qui voce registrata della versione teatrale di “Di Joe”. Ciò giustifica la presenza di due giganti nel quadrilatero drammaturgico che compone RockaBeckett, invero: due pezzi, un prologo (Camilleri ripreso nella sua casa romana proprio nell’orazione di Hamm da “Finale di partita”) e un anti-prologo. Quest’ultimo “parlato” da Gabriele Frasca, poeta e traduttore finissimo di Beckett sull’estremo prodotto linguistico “Qual è la parola”.In ultimo, ho lasciato Luciano Pagetti, per il sottoscritto il più versatile attore lodigiano di questo tempo, essendo stato capace di passare dal proprio registro comico (con la sua e storica Compagnia del Pioppo porta in giro Goldoni e vari vaudeville, ma s’appresta ad affrontare Pirandello, il Pirandello della Giara) a quello assolutamente inedito e quasi astratto di Beckett. Avrei voluto dire “assurdo”, ma mi astengo. Perché lo sforzo di Pagetti, nella fissità muta di “Di Joe” e nell’immobilità fisica ma non verbale di “Un pezzo di monologo”(che chiude RockaBeckett) non ha nulla da invidiare agli interpreti storici delle piéce maggiori del drammaturgo irlandese. Anzi, ci si trova davanti forse a un insolito “beckett’n’roll” temporalmente spostato in una contemporaneità non ancora interpretabile». Fabio Francione
Le lente amnesie di un Beckett “rock”: sbarca a Lodi lo spettacolo di Francione. Il Cittadino, 19 dicembre 2009
mani al teatro Dehon di Bologna, si consumeranno gli ultimi due appuntamenti con il terzo “atto” di RockaBeckett rapide e lente amnesie tre, ricerca condotta da tre anni sull’opera del grande scrittore e drammaturgo irlandese. All’inizio ci fu ed era il 2006, da celebrare il centenario della nascita di Samuel Beckett: una riuscita retrospettiva a Milano, con una panoramica video che era a pensarci ora un quasi ed invidiabile “tuttobeckett” mai fatto prima di allora e irripetibile anche nei tentativi fatti in sede più prestigiose come il Centro Reina di Madrid o a Parigi, dalla “real estate” beckettiana. Me ne accorgo solo come detto ora di quell’impresa straordinario; ci fu anche la possibilità di filmare nella videosigla “tutti i ritratti” di Tullio Pericoli dedicati all’autore di “Godot”. Il titolo era Dì Sam verso eponimo del leggendario teleplay Dì Joe. Non dimentico però che in anni universitari, tra il 1986 e il 1990, redassi un’ipotesi, ritrovata in un foglietto, di remake di “Film”, l’unica escursione cinematografica di Beckett con un estemporaneo Buster Keaton al tramonto della sua discontinua, incredibile e infelice carriera. Dunque la fascinazione per Beckett arriva da lontano. Ah, ancora su “Film”: il vero remake, a colori e del ‘77 con Zero Mostel, comico americano della generazione pre-Mel Brooks e Wody Allen, lo trovai in un archivio milanese. Colpi di fortuna. Come furono curiose coincidenze che mi portarono ad organizzare in diverse occasioni retrospettive sull’attività pre-Montalbano di Andrea Camilleri e del regista di teatro e tv Carlo Battistoni, collaboratore storico di Giorgio Strehler, tra gli inventori del “teatro televisivo”. Del primo si sa quasi tutto tranne che è un beckettiano della prima ora, avendo messo in scena primo in Italia Finale di partita sul finire degli anni ‘50 (girò anche a metà degli anni settanta per la rai una versione con Celi e Rascel); di Battistoni invece mi è restata l’amicizia della moglie Giulia Lazzarini, una delle migliori attrici italiane degli ultimi quarant’anni, indimenticabile Ariel nella “Tempesta” allestita da Strehler e Winnie in “Giorni felici” proprio di Beckett sempre per la regia del fondatore del Piccolo Teatro e qui voce registrata della versione teatrale di “Di Joe”. Ciò giustifica la presenza di due giganti nel quadrilatero drammaturgico che compone RockaBeckett, invero: due pezzi, un prologo (Camilleri ripreso nella sua casa romana proprio nell’orazione di Hamm da “Finale di partita”) e un anti-prologo. Quest’ultimo “parlato” da Gabriele Frasca, poeta e traduttore finissimo di Beckett sull’estremo prodotto linguistico “Qual è la parola”.In ultimo, ho lasciato Luciano Pagetti, per il sottoscritto il più versatile attore lodigiano di questo tempo, essendo stato capace di passare dal proprio registro comico (con la sua e storica Compagnia del Pioppo porta in giro Goldoni e vari vaudeville, ma s’appresta ad affrontare Pirandello, il Pirandello della Giara) a quello assolutamente inedito e quasi astratto di Beckett. Avrei voluto dire “assurdo”, ma mi astengo. Perché lo sforzo di Pagetti, nella fissità muta di “Di Joe” e nell’immobilità fisica ma non verbale di “Un pezzo di monologo”(che chiude RockaBeckett) non ha nulla da invidiare agli interpreti storici delle piéce maggiori del drammaturgo irlandese. Anzi, ci si trova davanti forse a un insolito “beckett’n’roll” temporalmente spostato in una contemporaneità non ancora interpretabile». Fabio Francione Le lente amnesie di un Beckett “rock”: sbarca a Lodi lo spettacolo di Francione. Il Cittadino, 19 dicembre 2009
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categoria:libri, letteratura, teatro regie
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