sabato, 10 novembre 2007

Lodi, Teatro alle Vigne 7 ottobre 2007

9^ edizione Lodi Città Film Festival Contemporanea il cinema italiano del presente

Conversazione intorno a Tagliare le parti in grigio di Vittorio Rifranti

vittorio rifranti e fabio francione

a cura di Fabio Francione

Fabio Francione: A me il tuo film è sembrato molto riuscito e in un certo senso mi è sembrato un film contro la tradizione del cinema italiano. Il modulo espressivo usato, il racconto di questa contiguità con la morte…

Vittorio Rifranti: Innanzitutto vorrei dire che non ho mai pensato a Tagliare le parti in grigio come ad un film sulla body-art, ma come ad un film sulla morte, sull’averla sfiorata e sul voler esplorare un territorio che le è vicino. I tre protagonisti sono come spaventati e allo stesso tempo affascinati da questo buio, da questo vuoto che c’è nella loro vita e che è durato dal momento dell’incidente fino al risveglio dal coma. Il loro livello di consapevolezza rispetto alla body-art è relativo, persino Nadia, la più coinvolta, non si considera un’artista, ma come Massimo e Paola vive la body-art come una possibilità di esprimere le proprie emozioni attraverso il corpo. Era questo che mi interessava: far passare le emozioni dei personaggi principalmente attraverso i loro corpi e l’uso che ne fanno...

Fabio Francione: Ho trovato geniale che loro comincino a dialogare da un non dialogo, perché l’incidente è misterioso, non ne vediamo nulla, e anche il coma non ci viene raccontato perché il film comincia quando si sono già risvegliati…

Una spettatrice: A me il tema principale è sembrato più che altro il dolore. Il dolore fisico sembra minore, più sopportabile del dolore interiore, che sia l’amore non corrisposto oppure la non comprensione da parte degli studenti del dolore della guerra…

Vittorio Rifranti: Sono d’accordo, c’è anche questo. E direi che il dolore fisico e interiore sono in stretto rapporto, come quando Paola dice a Massimo "Il dolore dello spettacolo coprirà il dolore che provo ogni volta che ti guardo". Non sono d’accordo con chi ha analizzato il film su un piano troppo razionale, perché i personaggi sono in uno stato psicologico alterato e quindi bisogna entrare nella loro logica: hanno comportamenti contraddittori, continuamente contraddittori, come quando Paola fugge davanti alle immagini di body-art e poco dopo è la prima a tagliarsi. Quando scrivevo pensavo a loro come a tre tossicodipendenti che si chiudono rispetto al mondo in una dimensione quasi carceraria. E comunque ho deciso di non raccontare la loro vita prima dell’incidente, né l’incidente stesso né il coma, perché mi interessava il dopo, il malessere, la necessità di ritrovarsi dopo il buco nero…

Una spettatrice: Ho trovato il titolo molto bello, ma non sono certa del suo significato: forse allude al desiderio di eliminare la disarmonia dalla loro vita?

Vittorio Rifranti: Il titolo allude a questo, all’utopia di vivere in una dimensione armonica condivisa solo da loro tre, lontani dagli altri. Poi ho scoperto anche che in termini medici la zona grigia è la fase di uscita dal coma, nella quale tutte le sensazioni, le percezioni, le cose viste e ascoltate avranno un’influenza determinante nella vita successiva, come per un neonato i primi mesi di vita.

Uno spettatore: Come è nata l’idea?

Vittorio Rifranti: All’inizio volevo raccontare la storia di tre persone che si conoscono dopo un incidente e non possono più vivere senza ritrovarsi con la maggiore frequenza possibile. Dipendono uno dall’altro e d’altronde la dipendenza da qualcuno, che nella vita a volte mi spaventa, è un tema ricorrente nel mio cinema, fin dai primi cortometraggi. Però sentivo che mancava qualcosa, avevo la necessità di rendere le loro vicende più fisiche, più corporee e allora mi è venuta in mente la body-art, nel senso più lato del termine...

Fabio Francione: Come hai scelto le tre professioni?

Vittorio Rifranti: Nella prima versione del film, quella che presentammo a Filmmaker nel novembre 2006 e che abbiamo deciso di rimontare dopo la bella esperienza di Alba Film Festival nella sezione ‘work in progress’, Paola era una studentessa di recitazione, la si vedeva a teatro. Nella versione definitiva del film, quella selezionata e premiata a Locarno, abbiamo tolto ogni riferimento alla vita di Paola al di là degli incontri con Nadia e Massimo - tranne una breve scena con i genitori dalla quale si può evincere che Paola viene dalla provincia - perché mi sembrava che questo in un certo senso rendesse ancora più fragile, più sperduto anche agli occhi degli spettatori il suo personaggio. Di Nadia, ex spogliarellista, mi interessava il fatto che avesse sempre usato il proprio corpo per rapportarsi agli altri, sia nella vita privata che professionalmente, e che quindi fosse costretta, deturpata dall’incidente, a trovare un modo nuovo di usare il corpo nel rapporto con gli altri. Massimo rappresenta il punto di vista per così dire intellettuale: lui mostra quelle immagini per scuotere i suoi studenti dal torpore e allo stesso tempo interroga noi spettatori su quello che quelle immagini ci fanno sentire. Avrei potuto mettere fotografie ancora più terribili, ma non volevo scioccare, non volevo la provocazione. E poi naturalmente lui cerca, senza riuscirci, di avvicinarsi a quel dolore attraverso la body-art, perché pensa che solo provando dolore fisico si può capire il dolore degli altri.

Fabio Francione: Quello che mi piace nel cinema di Rifranti è che non si scorge la cinefilia, il suo è uno sguardo personalissimo, non si avverte la sua passione cinematografica da spettatore, non si sentono i suoi gusti eterogenei, il suo è davvero uno sguardo personalissimo. Le influenze al limite sono inconsce, il suo è uno sguardo in un certo senso puro…

Vittorio Rifranti: Quello che dici mi ricorda il mio primo cortometraggio, che risale esattamente a 20 anni fa e che presentai al Festival Cinema Giovani di Torino; era molto naive, ma più di una persona mi disse che era molto personale, molto particolare, che c’era già un’impronta e questo mi faceva piacere...

Fabio Francione: Come hai lavorato con gli attori?

Vittorio Rifranti: Non ho voluto fare prove, non volevo che arrivassero sul set troppo consapevoli, anche se avevano ruoli molto difficili. Abbiamo fatto insieme due, tre letture e abbiamo parlato dei loro personaggi. Credo che soprattutto si siano fidati di me, hanno compreso la serietà del progetto…

Fabio Francione: Come avete girato la performance?

vittorio rifrantiVittorio Rifranti: Lasciando liberi G.P. e gli altri. Era impensabile intervenire sui loro tempi. Abbiamo passato un po’ di tempo insieme prima dello spettacolo, poi li abbiamo filmati a ruota libera, senza un piano di regia, per tutta la durata della preparazione e della performance. E’ stato un grosso lavoro di montaggio, volevo che la scena risultasse cruda e lirica allo stesso tempo e anche la musica è stata composta e utilizzata in questo senso.

(trascrizione a cura di Vittorio Rifranti)

 

postato da: lodifilmfest alle ore 09:57 | Permalink | commenti (1)
Commenti
#1   15 Novembre 2007 - 19:09
 
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utente anonimo

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categoria:film, cinema festival, lodifilmfest2007